Ve l’ho già detto quanto odio lo stress? Quanto odio che mi sia messa fretta? Al contempo però mi disturbano molto anche le persone che invece tendono a perdere tempo… e a farti perdere tempo perchè non hanno le idee chiare. Due facce della stessa medaglia, infondo. Considerando che quando sono in fase scazzo (ergo non ho le idee chiare e procedo a tentoni) l’insofferenza è verso me stessa:i risultati sono pessimi. Lo scazzo aumenta invece di diminuire e si arriva ad un blocco totale.

Spesso non ce ne accorgiamo ma ciò che pensiamo di noi, le cose che ci diciamo derivanti dalle nostre passate esperienze fallimentari ci portano inevitabilmente ad avere un pessimo giudizio su noi stessi. Un giudizio che ci porta a precluderci molte opportunità solo perchè pensiamo di non farcela, di non essere all’altezza dell’esperienza presente che stiamo vivendo adesso.

La stessa sensazione di incertezza di un passato che non ci appartiene più, di noi che eravamo diversi e in ogni caso in una situazione diversa e davanti ad una situazione diversa il cui risultato nefasto fa apparire quella sensazione di incertezza come una premonizione nefasta, anche oggi.

Non è facile rendersene conto ed è molto difficile uscire da questo circolo vizioso senza alcuno che ti porga la mano per rialzarti: qualcuno che ti sappia vedere in maniera diversa da te, senza il peso dei tuoi pensieri negativi e dei ricordi dei fallimenti passati.

Però si fa…e anche se abbiamo quel qualcuno vicino è sempre necessario saper ascoltare con il dovuto distacco questo dialogo interno negativo. Capirne l’origine e rendersi conto che se in passato abbiamo provato la stessa medesima emozione davanti ad una situazione nuova questo non significa che l’esito di questa situazione sarà nefasto come allora.

E’ molto probabile invece che in passato non siamo stati capaci di ascoltare la nostra incertezza (che è comunque un campanello d’allarme che significa che qualcosa non ci torna, qualcosa non ci convince)… vuoi per entusiasmo, vuoi perchè spinti dagli altri… spesso si è giovani e inesperti, spesso ci si fida delle persone sbagliate e oplà: il fallimento è servito.

Tuttavia avremo pure imparato dai nostri errori no?  Il primo errore che abbiamo fatto è quello che spesso ripetiamo perchè non ne siamo consapevoli: quello di ascoltarci.

Questa volta io sto andando lenta perchè ho deciso di ascoltarmi, di ascoltarmi nel profondo. Certo mi spiace non rispettare le dead-lines ma penso che mi dispiacerebbe di più vedere ciò che per mesi ho costruito colare a picco, non vi pare? Come mi sentirei dopo l’ennesimo fallimento? Credo peggio, credo che sarebbe un risultato molto più grave che arrivare un pò in ritardo.

Del resto io sono già in ritardo, e non lo dico con sarcasmo, lo so: sono in ritardo su molte cose della vita rispetto ai miei coetanei. Il perchè, è ininfluente: questo è lo status quo, l’eredità che in qualche modo anche io ho contribuito a creare (a cesare quel che è di cesare) e che ora mi trovo ad affrontare.

A voja quanti insuccessi ho collezionato in 37 anni di vita. Quanti fallimenti e quante delusioni ma, guardiamo l’altra faccia della medaglia: ho collezionato anche successi, fatto esperienze, imparato tantissime cose. Sotto certi aspetti non sono per niente in ritardo rispetto ai miei coetanei…di certo la mia vita che è stata in qualche modo selvaggia mi ha insegnato cose che gli altri non hanno potuto vedere…

Ma cosa fare di tutto questo se il mondo e la società son tarati su ben altri standard? Sugli standard di cui tu sei estremamente carente? Su standard il cui mantenimento ti porterebbe a non stare bene perchè la tua natura è diversa.

Occorre trovare un compromesso: non esistono solo il bianco e il nero, ma infinite sfumature.

C’è una favola di Schopenhauer che viene raccontata a proposito dei rapporti umani:

Una compagnia di porcospini, in una fredda giornata d’inverno, si strinsero vicini, per proteggersi, col calore reciproco, dal rimanere assiderati.

Ben presto, però, sentirono le spine reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l’uno dall’altro.

Quando poi il bisogno di scaldarsi li portò di nuovo a stare insieme, si ripeté quell’altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro tra due mali, finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione.

Mi chiedo io, ma non è lo stesso tra noi e il mondo?

Ho un casino di amici che lavorano ma non stanno bene anzi, il loro umore è sempre nero, i pensieri sono negativi: si vedono scivolare via i giorni e le settimane dove la loro routine è di lavorare e poi tornare a casa sfatti, l’unico svago è una o due sere al pub per vedere la squadra del cuore. E così ogni settimana, ogni mese…in totale balia degli eventi. A temere in molti casi il rinnovo del contratto se no la trafila della ricerca ricomincia da capo e non è detto che la prossima volta vada bene.

Io credo che in questa situazione a volte rimanere disoccupati e non trovare più un posto sia una fortuna, non una sfortuna: ad un certo punto ti si accende una lampadina e senti una vocina che dice:

ma senti un attimo, perchè a sto punto non investi in quello che ti piace fare davvero? In quel vecchio sogno che hai lasciato nel cassetto molti anni fa?

E’ necessario trovare una moderata distanza reciproca anche tra noi e il mondo e non lasciare che esso invada i nostri spazi privati e che sono necessari al nostro benessere, perchè stare bene è fondamentale per poter fare qualcosa di buono nella vita. Fondamentale per garantire la nostra piena efficienza.

Non mi piace il mondo come è diventato adesso pure se apprezzo molte cose del progresso, più che altro non credo che per raggiungere i medesimi risultati bisogna tutti per forza seguire gli standard decisi da altri in nome di una non so ben quanto mistificata idea della produttività che ha chi decide queste cose.

Considerando anche il fatto che un’uomo potrebbe benissimo vivere dignitosamente con 1/10 di ciò che possiede…

Questa bulimia materiale e di conseguenza il lavorare per poterla mantenere, ha origine, secondo me (ben inteso), nella necessità di colmare il proprio ego e la nostra incapacità di parlare con noi stessi e con gli altri, che ben presto si trasforma in una frustrazione continua e crescente.. che poi da luogo a molti disagi, psichici, innanzi tutto, ma anche quelli fisici non sono da sottovalutare.

Detto questo io intendo stare bene con il mio lavoro: voglio un lavoro che mi procuri gioia, che mi butti giù dal letto il mattino presto per la voglia di rimettermi al lavoro.

Questo lavoro però impone di trovare la mia giusta distanza dal mondo e di avvicinarmi un pò trovando la mia posizione rispetto a lui.

 

 

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