Siccome sta settimana i presagi di breszny sono di tipo molto intimo c’è un’altra cosa però che mi ha colpito… i suoi compiti per tutti:

Non tornare indietro verso quello che un tempo era il tuo posto. Avanza verso quello che sarà il tuo posto in futuro.
Compiti per tutti_Breszny 9/15 Febbraio.

Compiti che putacaso riflettono un po’ l’umore generale della settimana, non solo oggettivamente ma anche soggettivamente, e di cui certamente Breszny non era e non poteva essere al corrente.

Mi ha colpito molto la lettera del ragazzo che si è suicidato. La sua rabbia sorda, il dolore, il totale vuoto dentro di lui.

Non condivido per niente la sua scelta e non condivido le sue motivazioni anche se posso comprenderle. Non condivido nemmeno l’idea di rendere pubblica una lettera di questo tipo, cercando un caproespiatorio esterno (il precariato) da parte dei principali responsabili di questo gesto del loro amato figliuolo: i genitori.

A cosa mi riferisco dicendo questo? alle aspettative velleitarie di sto ragazzo che “pretendeva” il mondo come lo voleva lui…”pretendeva” di essere amato. Posto che dopo una certa età un figlio dovrebbe introiettare dentro di se i propri genitori cominciando ad assumersi le responsabilità delle sue scelte va detto che un trentenne che si suicida con le argomentazioni della sua lettera denuncia solo un fatto: Chi gli ha messo in testa queste idee? Chi ha cresciuto uno smidollato incapace di reagire se non piagnucolando che tutti sono brutti sporchi e cattivi, la fuori che non gli vogliono dare ciò che lui pretende, e quindi li punisce suicidandosi.

Non intendo entrare nel merito del discorso sulla giustezza del suo gesto perchè per suicidarsi ci vuole coraggio e se ci riesci le motivazioni erano davvero motivanti, che le si condivida o meno. Entro però nel merito delle motivazioni che secondo me rivelano veramente un disagio esistenziale in cui il lavoro, essere amati sono solo la punta dell’iceberg.

Credo di poterne parlare con cognizione di causa perchè ci sono passata nel calvario della depressione e delle manie suicide e di essere arrivata, ben due volte, a guardare la morte in faccia e decidere che forse ERO IO CHE NON MERITAVO QUELLA FINE.

Come questo ragazzo, ho studiato per diventare grafica e ho cercato in tutti i modi di esserlo e beh alla fine ho capito che non era cosa per me. Il mercato della comunicazione visiva è quello che in economia si potrebbe chiamare: oceano di sangue, ora però è solo una pozzanghera di sangue rappreso da cui ne emerge uno su mille (e sono generosa) rispetto ai tanti wannabe che vorrebbero, in completa buona fede, entrare a farne parte. Guardagnarsi il pane con questo lavoro è una sfida immane per chiunque.

Oltre ad essere fortemente inflazionato è anche tra le figure professionali meno rispettate al mondo dalla clientela media e tra quelle meno tutelate dalla legge. Non esiste ne è mai esistito un contratto nazionale collettivo per i grafici…e soprattutto per quelle figure professionali nate ex novo da internet (esiste per gli operatori della stampa, mi sembra), non esiste nemmeno un’albo professionale ma solo diversi club e associazioni e consorzi privati il cui accesso è riservato a pochi…per meriti o coi danè per pagarsi la quota associativa (solo per essere inseriti nel club, i servizi sono davvero pochi).

I ritmi di lavoro sono MASSACRANTI perchè la richiesta più diffusa è fare i lavori per ieri che ovviamente verranno pagati a discrezione del cliente, sempre che vengano pagati. E la cosa triste è che molti leoni da tastiera, che fanno la voce grossa sui social nella realtà diventano agnellini di fronte a queste richieste e la loro giustificazione è: “Tutto il mondo è paese, le cose vanno così e non sarò certo io a poterle cambiare“. Ci vuole molto pelo sullo stomaco per dire: “no, sto cazzo.” per rinunciare alla commessa dell’ennesimo cliente for yesterday o al solito furbetto (sempre di fretta) che chiede ventordici mila modifiche e poi sparisce. Ci vuole pelo sullo stomaco perchè bisogna pure campà. Ma questo pelo sullo stomaco però è l’unico che garantisce di poter, col tempo, arrivare ad emergere.

Quindi, a monito per i posteri, caro michele, non credi che con i presupposti spirituali che avevi le tue pretese fossero un po’ eccessive rispetto alla realtà lavorativa che ti eri scelto? Non ti sto dando la colpa di aver generato tu queste pretese eccessive… ma ho la presunzione, datami dall’esperienza, di dirti che qualcuno ti ha preso sonoramente per il culo, durante la tua formazione e nella tua educazione, se tu alla fine ti sei ammazzato perchè il mondo in cui sei nato si è rivelato molto diverso dalle tue fantasie. Perchè non solo il mondo che volevi non potevi averlo, ma men che meno potevi PRETENDERLO. In nome di che? chi sei tu per poter pretendere qualcosa che nessuno su questa terra può pretendere ma può e deve solo guadagnarsi, versando lacrime e sangue per ciò che ama e in cui crede. Sono d’accordo con te, questo mondo nemmeno a me piace ma io da tempo son concentrata su ciò che mi piace e a mettere del mio per cambiare ciò che non mi piace. Credi davvero che però questo mondo nel bene e nel male si sia evoluto, dalla preistoria ad oggi, contando su persone che pretendevano, piuttosto invece che persone che si sono rimboccate le maniche per guadagnarselo e ottenerlo?

Chi ti ha messo questa idea in testa?

Solo su una cosa ti do ragione: lamenti di non avere più un’identità. E’ questo il problema di fondo, perchè è dalla consapevolezza della propria identità (soggettiva e collettiva) che si nutrono la motivazione e la determinazione a combattere, la motivazione e la determinazione a uscire dagli schemi e a distinguersi dalla folla, dai concorrenti e vincere. Vincere significa realizzare il tuo sogno, ottenere ciò che credi di meritare.

Puoi pretendere solo ciò che ti è dovuto, tipo il pagamento di un lavoro. Non puoi però pretendere il mondo che vuoi da un mondo che tu stai calpestando e vivendo da pochissimi decenni e che semmai avresti dovuto contribuire a cambiare, trasformare con la tua personalità, i tuoi ideali, le tue azioni, il tuo lavoro, i tuoi “no, sto cazzo!” a chi pensava di poterti dare briciole per un lavoro e una professionalità tu hai speso notti e giorni a studiare e sperimentare.

Ma hai ragione tu: senza un’identità è difficile fare tutto questo. Ma avere un’identità oltre che uno sforzo di consapevolezza, consta anche di molto lavoro. Ed è il lavoro più difficile perchè non te lo insegna nessuno: ad amarti, a rispettarti e farti rispettare, a conoscerti e quindi riconoscere i tuoi limiti, le tue mancanze e lavorare per diventare ciò che vuoi essere. E questo te lo assicuro non solo difficilmente te lo possono insegnare i tuoi genitori e i tuoi insegnanti (che spesso nemmeno loro hanno la più pallida idea di quello che significa) ma il sistema in cui siamo, il mondo che non ti piace… è nemico dell’identità proprio perchè solo le persone che sono state capaci di avere e difendere la propria identità sono riuscite a cambiare qualcosa.

Darsi un’identità è un lavoro arduo, ma tutti possono farlo. Non ci sono scuse, puoi iniziare in ogni momento e dedicargli anche 10 minuti al giorno…e passo dopo passo ci arrivi, soprattutto, per quanto arduo, alla fine scoprirai che ne è valsa la pena perchè ne vale sempre la pena.

Anche io mi sento presa per il culo, anzi voglio dirti che a differenza di due genitori come i tuoi io ho avuto dei grossi problemi con i miei genitori e nella mia famiglia. Problemi che hanno compromesso profondamente le mie aspettative di vita e di carriera professionale, problemi dai quali uscire ha implicato moltissimo tempo a riflettere su me stessa, aprire gli occhi e fare delle scelte che non sono state per niente facili da mettere in atto e forse è proprio questo che mi ha reso possibile non arrendermi e lottare. Spesso mi è capitato di pensare che, non so come, i miei genitori oltre al veleno, abbiano saputo anche darmi l’opportunità dell’antidoto. Per esempio la musica, la lettura, la possibilità di studiare… e poi beh questa mia forza interiore, l’intelligenza. Questa determinazione ad essere norma per me stessa è cresciuta con l’esperienza: non avevo scelta se volevo sopravvivere ma sapevo che questo era il primo passo per poi riuscire a vivere. E posso dire, con sommo orgoglio, che ce la sto facendo.

Io non conosco la tua famiglia e i genitori con cui sei cresciuto e nemmeno conosco le scuole che hai fatto e chi sono stati gli insegnanti importanti per te…quello che so è che come a te anche a me mi hanno preso per il culo e non solo:  sono cresciuta in una famiglia profondamente disfunzionale, con due genitori che, vittime e carnefici di loro stessi, hanno ingaggiato una guerra all’ultimo sangue in cui sono stata coinvolta con pesanti ripercussioni sulla mia vita. Tutt’ora non posso dire che mia madre abbia un’idea lucida di quanto è successo, ma ha anche 72 anni e io vivo da sola da quando ne ho 18, a me basta sapere che lei è in buonafede.

Non posso dire che lei mi abbia effettivamente cresciuta e quindi la maggiorparte delle fonti su cui basa la sua idea di me è lacunosa e più spesso basata sul sentito dire (di mio padre) e quel poco che io lascio intravedere di me. Ne consegue che la sua idea di me sia totalmente differente dalla realtà che vedo io e che vedono le persone che invece mi sono più vicine. Da parte di mio padre invece ho avuto un’educazione bizzarra, estremamente precaria ma soprattutto caratterizzata dall’intenzione di creare di me il suo burattino adorante.

Essattamente come nei confronti di mia madre, in senso inverso mi ha raccontato cose e mi ha condizionata ad avere un’idea totalmente distorta di mia madre che sono arrivata ad odiarla, infliggerle tradimenti, abbandoni laceranti, insulti che ancora aspettano di essere sanati (e non dubito che riusciremo).

All’età in cui tu hai deciso di morire, ho deciso di uscire dalla sua gabbia “dorata” e successivamente mi ci sono voluti 8 anni per scoprire, elaborare e digerire il ruolo che lui ha rappresentato per me, spogliato dai vestiti dell’amore cieco che provavo nei suoi confronti.  C’è stato un momento in cui tutti i ricordi di lui a cui ero affezionata sono scomparsi, come se improvvisamente ai miei occhi mio padre fosse Dorian Gray e si fosse spezzato l’incantesimo del quadro: apparendo improvvisamente per come davvero era la sua anima turbata, corrotta e perversa. Improvvisamente è caduta la maschera…e ho avuto la sensazione che mio padre non fosse mai esistito in realtà. L’ho odiato, l’ho odiato con lo stesso odio che tu provavi per questo mondo che hai deciso di lasciare. L’ho odiato esattamente tanto quanto l’ho amato, mio padre. E l’ho lasciato.

L’odio di un figlio adulto è diverso da quello di un’adolescente…va detto. Se non odii i tuoi genitori un pochetto durante la tua adolescenza significa che non stanno facendo bene i genitori e non solo: se non li hai mai odiati e non hai mai voluto ribellarti a loro, trasgredire le loro regole, per la psicologia dell’età evolutiva, nella fase adolescenziale, significa che hai dei seri problemi, che verranno fuori quando sarai adulto, e questo per certi versi mi sembra proprio il tuo caso.

L’odio di un figlio adulto per un genitore invece è un pò diverso. Io non odio più mio padre perchè attraverso il viaggio dentro me stessa che, l’esperienza di essere sua figlia, mi ha costretto a fare ho potuto capire tutte queste cose che ti ho scritto. Penso che nonostante tutto, dal profondo del disagio mentale di cui soffriva e soffre (è incurabile), sia stato se non propriamente un buon padre, un padre efficace per darmi l’opportunità di imparare dai suoi errori ma non posso più dire di volergli bene.

Io credo che i tuoi genitori abbiano voluto farsi troppo amare da te perchè molto probabilmente adesso si stanno chiedendo cosa hanno sbagliato con te, la cosa che considero davvero inquietante però è che probabilmente non sono affatto delle cattive persone e sicuramente sono in buona fede.  E’ evidente che se la pubblicazione della tua lettera voleva essere, per loro, una denuncia contro il precariato non gli è ancora chiaro che la colpa non è del precariato. La colpa è loro, è un problema di ignoranza, non ti hanno insegnato ad affrontarlo sto mondo perchè forse anche a loro risultava ormai estraneo.

Che non hanno saputo darti lo stimolo giusto per scoprire da te come affrontarlo, che per paura di perderti hanno scelto la via più comoda di dirti ciò che volevi sentirti dire: sai come lo so? Penso che se così non fosse, tutti quei discorsi sul “pretendere” non ci sarebbero stati. Anzi probabilmente saresti ancora vivo.

L’erba Voglio non esiste nemmeno nel giardino del Re” mi ripetevano spesso da piccola… figuriamoci poi: L’erba LoPretendo!

La tua morte è una tragedia, non per il fatto in se ma per il profondo disagio scaturito da un precariato esistenziale che è il fondamento di questo sistema. La tua morte non credo che possa servire a cambiare le cose perchè cambiare le cose è compito dei vivi. La tua lettera rimane solo un monito e verrà dimenticata presto.

In questo mondo la maggiorparte della gente si accontenta del sentito dire, delle panzane e del brusio mediatico che li distrae dal doversi occupare di loro stessi, della loro identità.

Queste cose le capiscono solo gli eletti, quelli che sono arrivati a guardare la morte in faccia e che, esattamente come al cliente che chiede le cose per ieri, hanno avuto il coraggio di dire: “Sto cazzo!”.

Che la terra ti sia lieve, Michele.

Io invece ho deciso di proseguire il mio cammino, a passi lunghi e ben distesi verso il mio posto nel futuro, e da oggi lo faccio anche per te.

 

 

 

 

 

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